Quando la cybersecurity spunta come i funghi: il drone di Costanza

Un drone navale ucraino esplode nel porto rumeno di Costanza dopo aver perso il controllo per effetto della guerra elettronica russa. Un episodio di cronaca bellica che, a guardarlo da vicino, è anche una lezione di sicurezza dei sistemi — e uno spunto per una riflessione più scomoda.


Nel mondo dell'intelligenza artificiale applicata alle tecniche di attacco e difesa più avanzate, dello spear phishing con deepfake audio e video, capita di dimenticare che la sicurezza informatica non vive solo nei data center. Vive anche in qualunque dispositivo dotato di un sistema operativo e un software. È il tema che è affiorato con l'episodio del 5 giugno 2026 nel porto di Costanza, il principale scalo della Romania sul Mar Nero.

Il fatto

Un drone navale della Marina ucraina — del tipo impiegato più volte nel conflitto contro la Russia nel Mar Nero — è esploso nei pressi di una banchina del porto civile di Costanza. Nessuna vittima, nessun ferito: l'area era stata evacuata e messa in sicurezza dopo che il mezzo era stato individuato ore prima. Un dettaglio importante, perché la Marina ucraina aveva avvisato per tempo quella rumena, permettendo l'evacuazione preventiva.

La spiegazione fornita da Kiev è tecnicamente precisa: durante operazioni nella zona del Mar Nero, il drone ha perso il controllo sotto l'effetto della guerra elettronica nemica ed è finito alla deriva verso le coste rumene. In altre parole, i sistemi di disturbo russi hanno oscurato le frequenze di posizionamento e comunicazione del dispositivo, lasciandolo senza guida. Non un dirottamento, ma un accecamento: il drone non è stato "preso", è stato reso cieco e sordo finché non ha smesso di rispondere ai comandi.

La lezione di sicurezza

Qui la cybersecurity spunta dove meno te l'aspetti. Un drone militare è, a tutti gli effetti, un sistema informatico: un computer con dei motori, che dipende da segnali di posizionamento e da un canale di comunicazione per fare il suo lavoro. E come ogni sistema che dipende da un canale, è vulnerabile a chi quel canale riesce a disturbare.

La guerra elettronica — jamming dei segnali di navigazione, spoofing delle coordinate — è la versione cinetica di problemi che in ambito IT conosciamo bene: negare la disponibilità di un servizio, alterare l'integrità dei dati su cui un sistema prende decisioni. Cambia il campo di battaglia, non il principio. E il fatto che il bersaglio non sia un database ma un ordigno con 500 chili di carica dà al concetto di "hardening dei sistemi" un peso molto concreto: qui l'analisi del rischio non serve a evitare una violazione di dati, serve a impedire un danno fisico.

La contromisura, del resto, è nota anche fuori dall'ambito militare: un sistema critico non deve degradare in modo catastrofico quando perde il canale di comunicazione. Deve avere un comportamento di fallback sicuro — fermarsi, tornare alla base, disattivarsi in modo controllato — invece di trasformarsi in una minaccia vagante. È esattamente il tipo di requisito che, in scala e contesti diversi, si applica a qualsiasi dispositivo connesso che possa causare danni nel mondo reale.

La riflessione scomoda

C'è poi uno scenario che l'episodio di Costanza non conferma, ma che vale la pena immaginare proprio perché la guerra elettronica lo rende plausibile. Un conto è accecare un drone nemico, come sembra essere accaduto qui. Un altro, ben più insidioso, sarebbe prenderne il controllo — un hijacking vero e proprio del sistema di guida.

Se ci si pensa, i vantaggi per chi ci riuscisse sarebbero notevoli. L'asset non verrebbe più usato contro di lui. Diventerebbe di fatto suo, un dispositivo funzionante a costo zero. L'attribuzione della responsabilità sarebbe difficilissima: in teoria potrebbe essere stato chiunque. E, non da ultimo, la sola dimostrazione che una falla del genere esiste renderebbe temporaneamente inutilizzabili tutti i dispositivi analoghi, che non potrebbero più essere impiegati fino alla correzione della vulnerabilità, per non rischiare ulteriori deviazioni — o peggio.

Sottolineo che, allo stato delle informazioni disponibili, il caso di Costanza è un accecamento, non un dirottamento. Ma la distanza tra i due scenari è esattamente la distanza che la ricerca in sicurezza dei sistemi ciberfisici cerca di presidiare. Qui l'AI entra in gioco su entrambi i fronti: come strumento di difesa, ma anche come acceleratore offensivo, vista la sua crescente capacità di individuare vulnerabilità sfruttabili in tempi che fino a ieri erano impensabili.

Il tema della cybersecurity, insomma, spunta come i funghi in posti inaspettati. E ogni volta impone la stessa cosa: valutare i rischi, irrobustire i sistemi, immaginare il fallimento prima che accada. Anche quando il "sistema" galleggia nel Mar Nero.


L'articolo si basa su fonti di cronaca relative all'episodio del 5 giugno 2026 nel porto di Costanza. La ricostruzione dell'accecamento tramite guerra elettronica riflette le dichiarazioni ufficiali della Marina ucraina; lo scenario di hijacking è una riflessione ipotetica dell'autore, non una descrizione dei fatti accertati.


Immagine generata con AI


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